Londra zone 1: the food!

Ci sono spinte che quando arrivano le devi soddisfare e non è sesso quello di cui parlo, ma senza connessione e senza cibo io non ci so stare e mi deprimo.

Londra è così e ti può capitare di tutto. Delle file in cui ci stanno tutti pazientemente e un barbone che si prepara a leggere un libro prima di addormentarsi per terra fuori del teatro; oppure una tipa-vestita-assurda-estiva in una giornata piovosa e ventosa in cui io maledivo la sciarpa che avevo lasciato in stanza; oppure stare a Trafalgar Square sotto una pioggia battente mentre alle nostre spalle la National Gallery era già sotto il sole; un Wagamama sbagliato; una Soho così bella che non avevo mai vista; una Chinatown in cui passare inosservati da un cancello all’altro, cercando di guardare tutto, innamorandosi delle vetrine piene di cibo che non comprerei mai, di verdure con forme assurde, con polli appesi e ricoperti di glassa e di un pesciolino dolce con la crema che invece avrei proprio assaggiato.

Noi abbiamo cercando di diversificare le esperienza andando da Bill’s, al Wagamama perfetto, da Franco Manca, Shake Shark, la delusione-mezza-marchetta di Jamie Oliver, ma sopra tutto resta sempre e comunque il ricordo, la visione, la perfetta combinazione di gusto-sapore-colore con Ottolenghi che sublima il mio senso per il cibo. Lui per me è il re, il suo cibo è poesia per gli occhi e per la bocca, è esposto bello come solo i musei sanno fare ma comprabile come se fosse al mercato, tratta il cibo come un luxury brand, lo impacchetta bene e te lo consegna in una shopping bag di carta bianca con il suo nome timbrato sopra, che poi alla sera te lo ritroverai slavato quasi illeggibile, ma te lo ricorderà di più. Perchè è questo senso del cibo che si consuma e si trasforma che mi colpisce e mi rende felice come un amore a prima vista; che te lo porti via e te lo mangi al parco come se fossi al tavolo con la regina.

Perchè pare che a Londra non puoi fare altro che prenderti una pausa, o mangiare o bere per socializzare o per continuare, e infatti la prossima volta voglio andare a prendere un tè da Yumchaa, un morning-glory-muffin da F&G, stare alla vetrina di Shuang-Shuang a guardare quel rullo girare e sognare di sedermi tra quella gente, prendermi la tshirt da Supreme, immaginare di essere ad Instabul entrando da Babaji, fare un brunch fino alle 5 da L’eto, entrare da Pump street bakery, bere il Monmouth coffee e finalmente entrare in uno di quei vietnamesi che mi ispiravano così tanto.

L’ultima sera, rientrando ormai da soli e tutti bagnati, avevo davanti una tipa sotto un ombrello nero con una borsa un cappotto dei pantaloni neri e un paio di décolleté bordeaux che rintoccavano come campane lontane sul pavimento fradicio, e la pioggia che mi aveva lasciato per un attimo tirare il fiato, ha ricominciato a cadere. La vita qui è così, in trincea tra pioggia e nuvole, tra bello e sciatto. Tra Belgravia e l’ufficio monnezza dove prenotare la macchina per l’aeroporto. Tutto costoso ma almeno i musei sono gratis e ogni sabato c’è un mercato di verdura bio.

Londra mette assieme, e fa stare assieme, il rigore della fila e la vergogna del dormire per terra, lei è un moderno cupido che fa stare assieme le anime più diverse.

Chichi

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