Fuck you, Gubbio! (part 1)

Era salita in camera solo per cambiarsi, per coprirsi un pò perchè aveva sempre freddo, e aveva sentito dei rumori venire da fuori, aveva aperto la porta e aveva visto quei 2 pavoni, uno bianco e uno blu intenti nelle loro perlustrazioni serali e proprio quando con un balzo pazzesco, tutto in verticale come decollano gli elicotteri, quello blu era atterrato sul tetto. Era rimasta così, immobile e con la bocca aperta. Le era sembrato un segno bellissimo, come se qualcuno le stesse dicendo qualcosa. Quella prima notte fuori casa, in Umbria dopo tanti anni e soprattutto dopo quella famosa gita delle superiori, aveva sognato male, colpa del letto, del cibo o dei suoi pensieri, aveva sognato che le facevano dei tagli, piccoli innocui e quasi indolori, per trovare cosa non ricordava, e che dopo le ricoprivano con piccoli frutti rossi come i ribes, appoggiati uno accanto all’altro, in forme bellissime, per coprirla curarla e guarirla.

Guardava quell’anello, lo temeva, lo voleva ma non capiva cosa era successo, all’improvviso tutto era cambiato. Lui spingeva sull’acceleratore per andare e per uscire dalle curve, mentre lei era sempre più intenta nel scalare le marce, per riprendere il controllo, per capire chi fosse e dove voleva andare, aveva così paura di farlo soffrire che era diventata sorda, non sentiva più niente.

Lei aveva giocato a tennis da giovane, era forte ed era stato il suo sport, Mini-Davis, Nick Bollettieri, aveva fatto tutto almeno fino ai 14 anni, quando aveva incontrato la Kournikova, che l’aveva sbattuta fuori in soli venti minuti. Perché si, faceva molto la grinta e la determinazione, ma contro quelle gambe che con due passi ricoprivano lo stesso spazio che lei faceva con dieci, e l’altezza da cui l’altra colpiva la palla, il suo sogno era andato in mille e più pezzi.

Aveva scoperto che la natura viene fuori prepotente a riprendersi tutto quello che è suo, in modo violento ed eccessivo, lasciandoti a terra ricoperta solo di “non capisco” e di quella polo rosa del Rolland Garros Paris, che ora metteva solo per andare a cavallo.

Perchè tutti potevano fare finta di niente, ma lei no, non poteva non sentire quanto male faceva, ed era stanca di aspettare chi non arrivava e quello che non sarebbe stata mai, e su quel cavallo, da così in alto e tenendo quelle redini aveva capito, che doveva cambiare l’idea che si era fatta di lei stessa, il sogno a cui aveva creduto e crearne una nuovo.

Doveva molto a quelle montagne, tutto in termini di sogni e di protezione, ma per ora doveva starci lontana, di fronte e sotto di loro non poteva più mostrare insicurezza, e per ora non poteva tornare.

LIFE IS NOT ABOUT FINDING YOURSELF.
LIFE IS ABOUT CREATING YOURSELF.
(George Bernard Shaw)

Chichi

No Comments

Post a Comment