A nation of two!


Amava pensare come avrebbe vissuto, cucinato, e cosa avrebbe fatto se fosse stata una francese, 
come prima cosa avrebbe avuto tre figlie, Capucine, Delphine e Genevieve.

 

Ma poi si erano lasciati ed erano stati grandi pianti. Tragedie. Scatoloni pieni di regali restituiti e lasciati davanti a porte qualunque.

Lei aveva continuato ad amarlo nonostante non ne valesse più la pena, era stato pessimo l’ultimo loro incontro, era pessimo l’ultimo ricordo che aveva dentro, perché lui doveva fare la pasta, non aveva più tempo da perdere, per lei e dietro a lei. Guardami, toccami, ascoltami, mi accompagni anche questa volta? No! Ma non ci rivedremo più, mi ascolti? No!

Per aver passato un anno gratis, gliene sarebbero toccati 1000 ora da pagare.

Voleva che si sedesse accanto a lei, che si sdraiasse e si sporcasse se serviva, di quelli laggiù-in piedi-al traguardo che la incitavano a farcela, non sapeva cosa farsene. Non comprendeva la loro lingua, li sentiva ma non capiva, non poteva più pensare, pensare che baciava qualcuno, quella si che era follia. Era dentro un turbine e poteva solo aspettare che finisse. Voleva che tutto smettesse di essere sempre così semplice e facile, ma solo per gli altri, mai per lei. Era così umana, figlia della terra, aveva solo bisogni primari, semplici, futili, carnali, respirava, sentiva. Aveva bisogno di sapere che quello era il sole e si chiamava così, le bastava, non voleva sapere cos’era e nè perchè fosse li.

Ma ora era tempo di aprire la bocca e lasciar entrare qualcuno e, come sotto il medico che esegue l’intubazione per farti respirare e sopravvivere, doveva smettere di opporre resistenza e vivere, nonostante tutto. E’ lo spirito quello, è l’istinto che sopravvive, è lui l’ultimo a mollare la nave, ed era come essere nella giungla, nell’arena, lui ti dice sempre cosa fare, basta essere in grado di sentirlo e, soprattutto, pronti a capirlo.

Continuava a dirsi che era meglio così, per tutti, per lei, per lui. Stava meglio anche lei fuori da quella prigione-ossessione di cui lei aveva le chiavi, ma pensava ancora che stava meglio prima e avrebbero dovuto spaccarle la testa per convincerla del contrario. Certe volte erano solo diversi, lui non riusciva ad ascoltare quella canzone senza che questo distruggesse il muretto che si era creato tutto attorno, ma riusciva a stare con chiunque, lui era così fottutamente passionale, invece lei era quella che poteva ascoltare quella canzone e sognare e volare molto in alto ma non riusciva a stare con nessun altro, non era così fottutamente mentale.

Mia madre ci aveva provato tutta la vita a resistergli. Lei aveva un segreto grande come una casa che teneva giù, sotto, dentro nascosto. Di notte a volte si svegliava urlando e non bastavano le parole dolci che le sussurravo alle orecchie o le mille e più morbide coperte, di cashmere,  cotone e nastri, che mio padre le posava sopra, per cercare di coprirla, scaldarla, tenerla. Lo sudava fuori. Poi alla mattina si svegliava e andava avanti come se niente fosse e noi la stavamo a guardare.

 

Chichi

 

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