One day in paris is enough!

Totò, ho l’impressione che non siamo più nel Kansas. Dorothy

Il fatto è che mi piace e mi ossessiona il cibo, da sempre, lo studio, lo guardo, lo annuso, lo cerco, mi fa sorridere e lo temo, ho libri di cucina scritti in francese, inglese e italiano perché non mi impressiona il fatto di non capire tutto fino in fondo, il più remoto ricordo che ho è che dicevano di me che “è brava a fare i dolci” ma non ho immagini in testa solo sensazioni.

Mi piace cucinare mettendoci quello che sento ma poi mi ero preoccupata perché il cibo era solo una cosa che si consuma, ci metti un sacco per trovarlo, prepararlo e poi, in un secondo sparisce dentro caverne impenetrabili. Ieri o l’altro ieri ho letto la Gypsy e la lucina mi si è accesa, perché sotto la foto del tian di pesche e stracchino in crosta di pistacchi, che non so neanche cosa sia ma ha un nome fantastico, lei ha scritto che lo fece la prima volta per confortare sua cugina, una sera di pioggia e temporale, e così il suo cibo diventava comfort-food per se stessa ma soprattutto per gli altri. Il suo cibo, che viene fatto in maniera impeccabile seguendo tutte le regole ma anche canticchiando, diventa il rimedio per lenire, dimenticare o anche solo per far cambiare idea, sorridere parlare e piangere, ancora.

Io avevo questa paura perché il cibo spariva e di lui non rimaneva più traccia, in un momento come questo in cui mi rendo conto di aver bisogno di dare un senso e di segnare la mia vita, così lei mi insegna che in fondo il cibo si trasforma in qualcosa altro, diventa una carezza, la parola giusta da dire, il silenzio durante la cottura, e per catturare se non il tempo che scorre velocemente anche senza di me, almeno il momento.

Cucinare per gli altri è cucinare per se stessi!

Adesso… sono sicura che non siamo nel Kansas. Dorothy

Chichi

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